IL SOGNO STA DIVENTANDO REALTA’ 10 – 15 maggio: ERITREA

Racconta Il Dr. Bettinelli podologo la sua prima esperienza ad Asmara con il presidente Licio Cappelletti

Piove ogni pomeriggio in Eritrea.

Se è vero quanto si dice fra la gente di Asmara, cioè che è di buono auspicio una pioggia che accompagna la venuta di un ospite desiderato, allora forse un po’ di fortuna l’abbiamo portata in questa nostra breve missione. Sono state gocce di pioggia che quotidianamente hanno bagnato il suolo polveroso del Denden Camp, il campo asilo per bambini dell’Eritrea, figli delle vittime della guerra di indipendenza.

Quando la pioggia si fa più forte, in novanta si rifugiano nei pochi metri quadri che i container offrono loro, unica sistemazione ad uso scuola a loro adibita. Una sistemazione provvisoria da anni. Attorno al campo un cimitero di automobili li accerchia, un ammasso di carcasse, scocche e gomme impilate: un lungo serpentone che la Toyota ripercorre con noi a bordo, mentre seguono l’auto alcuni bambini festanti e vinti dalla curiosità per il singolare avvenimento.

Il tragitto termina direttamente davanti ai container. I bambini e le loro maestre ci vedono uscire dall’auto e trionfanti ci danno il benvenuto con pacche sulle mani e lunghi, calorosi abbracci. Non ci sono sguardi languidi, tutti sono felici. Noi in camice e scarpe da tennis, loro vestiti al massimo con una magliettina senza maniche e a piedi scalzi. Noi attrezzati con macchinari medici di tutto punto, elettrocardiografi, apparecchi di indagine ecografica, loro con un armadio contenente alcuni pennarelli e delle caramelle che distribuiscono con rarissima esuberanza.

Lo screening medico dura tre giorni e prevede la visita di tutti i bambini con valutazioni pediatriche generali, cardiologiche e podologiche secondo il piano d’azione voluto dall’associazione Italia Eritrea. E’ un incessante lavoro che dopo alcune ore diviene tanto ripetitivo da parere quasi automatizzato. E’ un modo crudo di definire la nostra opera, ma in fondo si tratta di un atteggiamento costruttivo, perché i pazienti da monitorare sono tanti e il tempo stringe sempre di più.

Però ci pensano i bambini a farci tornare umani, lo fanno con i loro sorrisi, il loro sguardo un po’ impaurito, la loro infinita educazione e diligenza. Come un incantesimo che si spezza improvvisamente, ci risvegliamo dal nostro lavoro meccanico e ammiriamo i loro atteggiamenti così puri, come avvolti da infinita saggezza. Tramite quegli sguardi, mentre rimangono sdraiati sul lettino medico e attendono le nostre piccole torture, i bambini ci raccontano la storia loro e del paese in cui vivono.

A volte sorgono alcuni contrattempi e siamo costretti ad abbandonare per un breve periodo le nostre mansioni, lasciando in attesa il bimbo seduto sulla piccola sedia, solitario dentro il container. Proviamo a immaginare una situazione simile riportata nella nostra società, con un bambino lasciato libero da solo dentro una sala d’attesa di uno studio privato, cosa combinerebbe? Per quanto tempo resterebbe buono in attesa? Sicuramente per pochissimi attimi, prima di saltellare in giro per i corridoi; è una conclusione che tutti i presenti traggono basandosi sull’esperienza nei propri ambulatori.

Il piccolo paziente Eritreo invece rimane seduto per 10 o 15 minuti in muta contemplazione della stanza e quieto attende il nostro ritorno. Così gli è stato insegnato dalle maestre che trattano tutti i bambini del campo come loro figli. Immersi nel silenzio, quando non giocano a rincorrersi nella vicinanza della struttura, ci trasmettono un senso di completezza e sinergia con il mondo che li circonda. Così poveri e fragili, hanno però il più grande dei doni: il valore delle loro esistenze, della loro spensieratezza scevra di quegli accessori e del surplus tecnologico e consumistico proprio del XXI secolo occidentale.

Solo rimanendo a contatto con questa civiltà, con i suoi problemi e le sue soluzioni, abbiamo imparato a criticare i nostri sistemi di valori per la loro empietà. Ed è così che abbiamo realizzato che da salvatori ci siamo trasformati in salvati, fruitori della loro lezione di vita. Una lezione impartita da insegnanti che hanno al massimo 6 anni.

Le regole si ribaltano in un’Africa sub sahariana in cui i bambini, quando sono fortunati, riescono a lavorare nei mercati di riciclaggio delle materie prime e come piccoli meccanici trasformano vecchie latte da discarica in coperchi, mestoli e annaffiatoi, immersi nel fumo e negli acri odori che la costante macinazione delle spezie infonde a tutta la piazza principale della città.

Le regole si stravolgono quando un paese presenta al suo interno due estrazioni sociali completamente contrapposte: una parte di popolazione che vive di uno stipendio non dissimile da quello italiano e che quindi può permettersi un costo della vita al pari del nostro paese e un’altra metà che vive con 26 euro al mese in baraccopoli fatte da tuguri in lamiera e pezzi di legno.

Forti di una indipendenza nazionale ottenuta solo nel 1993, nonostante le grandi contraddizioni di questo Stato, ogni mattina i bambini cantano l’inno nazionale mentre la bandiera viene issata da una delle maestre. La vista di uno spettacolo simile inizialmente alimenta il senso di spaesamento dei nostri cuori, ma una volta compreso il loro orgoglio ci caliamo piano nel loro modo di vivere e impariamo ad apprezzarlo, assieme alla loro cucina tradizionale che tanto ricorda quella italiana.

Certi pomeriggi, finita la pioggia che dura solo una decina di minuti, prima di uscire di nuovo all’aperto, i bambini da dentro i loro container recitano questa filastrocca:

Io sono uno studente molto bravo

E dico sì a tutto quello che dice la maestra

Sono puliti i miei vestiti e il mio corpo

Tengo con cura la mia borsa

Taglio le mie unghie e mi pettino i capelli

Dico buona giornata ai miei genitori

Prendo la mia merenda e vada a scuola

Non piango non mi arrabbio sempre rido

Io sono bravo.

Il presidente dell’associazione Licio Cappelletti, la dottoressa pediatrica Stefania Corrente, la dottoressa Daniela Prandstraller, cardiologa pediatrica e il sottoscritto ascoltiamo la canzoncina da fuori l’aula con muta ammirazione e comprendiamo perché le maestre ci tengano tanto che i bimbi la conoscano bene: non devono solo impararla a memoria, devono introdurla nel loro bagaglio di valori, deve essere parte della loro vita. Adesso è parte anche delle nostre.

Nella nuova scuola che sta sorgendo proprio a fianco dei container che andrà a sostituire, anche grazie al prezioso contributo di Discovery Smile, i bambini potranno cantare la loro filastrocca in una struttura davvero valida e importante, emblema dell’aiuto umanitario che portiamo a questa regione del Corno d’Africa.

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